Un’opinione di Tamara Merlo, pubblicata sul Corriere del Ticino il 1° ottobre 2026, p. 33.
Donne afghane: proprio loro?
Il Consiglio nazionale ha approvato una mozione che chiede di tornare alla prassi più restrittiva sull’asilo in vigore fino all’estate 2023 per le donne e le ragazze afghane. La decisione non è ancora definitiva: dovrà pronunciarsi il Consiglio degli Stati. Ma la direzione scelta provoca sconcerto.
Parliamo dell’Afghanistan dei talebani. Di un Paese nel quale alle donne e alle ragazze vengono sistematicamente sottratti spazi di libertà: non possono frequentare le scuole secondarie e le università, sono escluse da gran parte del mondo del lavoro e da molti luoghi pubblici. La loro libertà di movimento è fortemente limitata, spesso subordinata alla presenza di un accompagnatore maschio, e sono obbligate a coprire corpo e volto secondo le rigide prescrizioni imposte dai talebani. Non per qualcosa che hanno fatto. Perché sono donne.
Essere una donna afghana oggi non significa ottenere automaticamente l’asilo in Svizzera: le domande continuano a essere esaminate individualmente. Ciò che è cambiato nel 2023 è il riconoscimento che le restrizioni sistematiche imposte dai talebani alle donne possono costituire, nel loro insieme, una forma di persecuzione rilevante per il diritto d’asilo. Anche il Consiglio federale si oppone alla mozione: come ha ricordato in aula il consigliere federale Beat Jans, le domande vengono già valutate caso per caso.
Si può discutere di rigore nelle procedure, controlli e abusi. Ma qui la domanda è un’altra: davvero, fra tutte le persone che chiedono protezione, sentiamo l’urgenza di rendere più difficile la protezione proprio per le donne che fuggono dall’Afghanistan?
C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel denunciare la repressione delle donne da parte dei talebani e, nello stesso tempo, voler restringere la protezione di quelle che riescono a sottrarsi a quel sistema.
I diritti delle donne non possono essere un principio da difendere soltanto quando non costa nulla. La loro credibilità si misura proprio quando hanno conseguenze concrete. Difendere i diritti delle donne non può fermarsi ai confini nazionali: vale a Kabul come a Berna.
Il Consiglio degli Stati avrà ora la possibilità di riesaminare la questione. E dovrebbe farlo partendo da una realtà molto semplice: dietro le regole dell’asilo ci sono persone. In questo caso, donne e ragazze alle quali il loro Paese nega diritti fondamentali proprio perché donne.
Se nemmeno una situazione come questa giustifica una particolare protezione nel valutare una domanda d’asilo, è difficile capire quale la giustifichi.

