Quando sono nata, mia madre non poteva votare

Non mi sento così antica. Eppure, quando sono nata, mia madre non poteva votare. Le mie due nonne non potevano votare. Le mie zie non potevano votare.

Quando sono nata, una donna svizzera maggiorenne non aveva ancora gli stessi diritti politici di un uomo. Non poteva votare, né essere eletta. Non era, insomma, una cittadina a tutti gli effetti.

Oggi ci sembra quasi inconcepibile. Eppure è successo nel corso della mia vita.

Mia nonna Gina Merlo aveva appeso nell’ingresso di casa l’attestato che aveva ricevuto quando le donne ticinesi conquistarono il diritto di voto. L’ho visto per anni, incorniciato sulla parete. Solo molto tempo dopo ho capito davvero che cosa significasse.

Quel documento raccontava una conquista che oggi rischiamo di dare per scontata: il diritto di partecipare alle decisioni che riguardano la nostra comunità, di votare, di essere votate, di avere voce nelle istituzioni.

In Ticino quella conquista arrivò il 19 ottobre 1969, quando il 63% degli uomini chiamati alle urne approvò l’introduzione del suffragio femminile a livello cantonale e comunale. Le donne ticinesi poterono esercitare per la prima volta il loro nuovo diritto pochi mesi dopo, tra il 29 e il 31 maggio 1970.

A livello federale fu necessario aspettare ancora: il 7 febbraio 1971 gli uomini svizzeri approvarono il diritto di voto e di eleggibilità delle donne. La proposta passò con il 65,7% dei voti. La Svizzera arrivava così, con enorme ritardo rispetto a gran parte dell’Europa, a riconoscere alle proprie cittadine gli stessi diritti politici degli uomini.

Un diritto conquistato dopo decenni di lotte

Non fu una vittoria improvvisa. Il cammino era iniziato molto prima.

Le prime richieste per il suffragio femminile risalgono all’Ottocento. Nel 1929 l’Associazione svizzera per il suffragio femminile presentò una petizione firmata da 170’400 donne e 78’800 uomini. Il Parlamento la sostenne, ma il Consiglio federale decise di non darle seguito.

Nel 1959 si tenne la prima votazione federale sul suffragio femminile. Fu una pesante sconfitta: il 67% degli aventi diritto di voto respinse la proposta. Nello stesso anno, però, Vaud diventò il primo Cantone svizzero a riconoscere il voto alle donne a livello cantonale.

Il Ticino arrivò dieci anni dopo, nel 1969. E nel 1971 giunse finalmente la conquista a livello federale.

Ma la storia non finì lì. Il diritto di voto non fu introdotto contemporaneamente in tutti i Cantoni. L’ultimo fu Appenzello Interno, dove le donne ottennero il diritto di voto cantonale soltanto nel 1990, dopo una decisione del Tribunale federale.

Cinquant’anni non sono poi così tanti

Quando penso a queste date, penso a mia madre, alle mie nonne, alle mie zie.

Donne adulte. Donne svizzere. Donne che lavoravano, crescevano figli, contribuivano alla società e pagavano le tasse. Ma che non potevano decidere attraverso il voto chi dovesse governare, quali leggi approvare, quali priorità dare alla collettività. E non potevano essere elette.

E penso anche al fatto che oggi io posso essere consigliera comunale di Lugano e deputata al Gran Consiglio ticinese.

Tra una cosa e l’altra sono passati poco più di cinquant’anni.

È davvero poco tempo.

Per questo credo sia importante ricordare questa storia ogni volta che qualcuno considera la parità un problema ormai risolto, o mette in discussione i diritti delle donne.

Il diritto di voto è stato conquistato. Ma la parità non è ancora stata raggiunta.

Le donne continuano a essere penalizzate in molti ambiti: dalla disparità salariale alla distribuzione del lavoro di cura, dalla sottorappresentanza nei luoghi decisionali alle difficoltà di conciliare lavoro e famiglia.

E c’è un’altra dimensione, ancora più drammatica, che non possiamo ignorare: la violenza di genere. I femminicidi, la violenza domestica, gli abusi sessuali, le molestie e le discriminazioni continuano a colpire donne e ragazze. Nelle relazioni e nelle famiglie, ma anche nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Proprio lì dove dovrebbero esserci sicurezza, rispetto e pari opportunità.

Ricordiamocelo: fino a pochissimo tempo fa le donne svizzere non potevano nemmeno votare. Quello che oggi ci sembra normale è stato, per generazioni di donne, un diritto negato.

Ma conquistare un diritto sulla carta non basta. La vera parità significa poter vivere, studiare, lavorare, partecipare alla vita pubblica e prendere decisioni sulla propria vita libere dalla violenza, dalle molestie, dagli abusi e dalle discriminazioni.

La conquista del voto ci insegna anche un’altra cosa: i diritti non sono concessi una volta per tutte. Sono conquiste da difendere e da rendere effettive, ogni giorno.

Ed è per questo che c’è ancora molto lavoro da fare.

Anche nella politica. Perché se le donne sono metà della popolazione, devono poter essere presenti in modo adeguato anche nei luoghi in cui si prendono le decisioni.

Per questo Più Donne ha scelto di presentare anche alle prossime elezioni una lista composta esclusivamente da donne. Perché ogni seggio conquistato da Più Donne significherà una donna in più nelle nostre istituzioni e un passo verso una rappresentanza più equilibrata, a vantaggio di tutte e di tutti.

La storia del suffragio femminile ci ricorda che la presenza delle donne nelle istituzioni non è un fatto scontato. È una conquista che continua.

Tamara Merlo